INCHIESTA CGR. La voce dei romanisti napoletani: “Non è discriminazione territoriale”.

INCHIESTA CGR. La voce dei romanisti napoletani: “Non è discriminazione territoriale”.

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Curva-Sud1.jpgA seguito delle ulteriori sanzioni del giudice sportivo, tra i tifosi, sui giornali e nelle televisioni, sono giorni che si parla quasi esclusivamente di “discriminazione territoriale” e ci interroga su quale sia il reale valore da assegnare a questo binomio concettuale.

[ilink url=”https://www.corrieregiallorosso.com/ultime-notizie/discriminazione-territoriale-concetto-made-in-italy-ma-le-societa-potevano-evitarlo/”]Come analizzato nei giorni scorsi[/ilink] , la discriminazione territoriale è una “creazione” tutta italiana, codificata alcuni mesi fa nel codice di giustizia sportiva e sanzionata solo dal giudice sportivo nostrano. Per oltre 30 anni negli stadi, le tifoserie del nostro Paese, hanno cantato cori goliardici per contrastare dialetticamente squadre e tifosi avversari, alimentando il campanilismo e l’originaria diversità, insita strutturalmente nella storia culturale, sociale e politica dell’Italia.

Come si potrebbe chiedere ai Pisani di non avversare i Livornesi, ai Leccesi di non sfottere i Baresi, ai Palermitani di non dileggiare i Catanesi, così come si potrebbe improvvisamente eliminare la goliardia da derby, a Genova, a Torino, a Milano, a Roma e negli ultimi anni anche a Verona ??

I tifosi di tutta Italia sono in rivolta per l’improvvisa restrizione della propria libertà d’azione, di manifestazione del pensiero e, più in generale, di tifo, che stanno subendo da quando le istituzioni calcistiche hanno deciso di educare il popolo chiudendo le curve.

Nonostante due interventi di modifica del Consiglio Federale, si persevera nell’applicazione di una norma ingiusta e illegittima sotto diversi profili, colpendo solo alcune tifoserie e sanzionando solo alcuni cori ritenuti, nelle motivazioni delle sentenze del giudice Tosel, “espressione di chiara discriminazione territoriale o razziale(contro il Napoli e Balotelli) e interpretando altri canti, forse ben più triviali da un punto di vista etico e morale, come “meri beceri cori, nei quali non si rinviene alcun sentimento discriminatorio“.

San PaoloNon si tiene però in considerazione quale sia stata la reazione della tifoseria teoricamente maggiormente lesa, quella partenopea, che invece di plaudire all’iniziativa delle istituzioni calcistiche, non solo ha solidarizzato con le curve chiuse, ma ha esposto più volte striscioni con su scritto frasi auto ironiche (Vesuvio lavaci col fuoco), lasciando intendere che la goliardia da stadio deve rimanere all’interno degli impianti sportivi, senza la necessità di alcuna sanzione o reprimenda.

Per questi motivi la redazione di Corrieregiallorosso.com ha deciso di svolgere un’inchiesta nel popolo partenopeo, rintracciando telefonicamente diversi tifosi, soprattutto della Roma, nati e cresciuti a Napoli, per capire se effettivamente il famigerato coro inneggiante al Vesuvio sia avvertito come un insulto, un’offesa di natura discriminatoria, o semplicemente un goliardico e provocatorio coro da stadio.

Su un campione di 30 tifosi, addirittura ventotto di essi sostengono di non provare alcun fastidio nel sentire i suddetti cori, “essendo solo frutto di storici sfottò tra le due tifoserie, acuitosi dopo la rottura del gemellaggio tra ultras napoletani e romanisti, e  “che appartengono da sempre al colore degli stadi, alla tradizione delle due tifoserie”.

La quasi unanimità di giudizio, sul valore di questi cori, porta i tanti tifosi ascoltati in merito a temere che le restrizioni del giudice sportivo “possano spegnere la passione intorno al calcio, allontanando sempre di più la gente dagli stadi e rischiando di uccidere questo sport”.

Per alcuni di essi si rischia anche di “alimentare ancora di più le divisioni tra tifoserie, laddove soprattutto si dovesse continuare a sanzionare solo alcune curve e non altre per cori, diversi nel contenuto, ma di stessa fattura”.

Nel campionamento effettuato, ci sono anche 2 tifosi su 30 che invece dichiarano di provare del fastidio per tali cori, ma solo sul momento, perchè di fatto “non li considerano cori a sfondo razzista”.

In questo senso, tutti i tifosi ascoltati, sostengono che si tratta semplicemente “di sfoghi comuni da stadio, espressi in un’atmosfera contagiosa”, per loro che sono napoletani d’origine ma romanisti di fede calcistica, e costretti a reprimere la loro passione per la Roma, perchè come dicono Michele, Davide e Antonio:  “è difficile essere tifosi della Roma a Napoli, è una lotta da mattina a sera“. Per questi motivi ribadiscono che, quando vanno allo stadio, possono sfogare questa sorta di “frustrazione” , pur essendo Napoletani, non sono razzisti verso la propria città, considerando quei cori “solo nell’ambito dei 90 minuti”.

Alcuni di essi vivono il contrasto calcistico anche dentro casa: “siamo due fratelli – ci racconta Giancarlouno del Napoli e uno della Roma, e dentro casa ci sfottiamo con battute e cori, poi andiamo allo stadio, ci cantiamo i soliti sfottò da anni, ma tutto resta circoscritto allo stadio, al campo, al calcio, non c’è alcun razzismo”.

Ma il vero nodo, il vero sentore di questi tifosi, che sembra spazzare via qualsiasi dubbio sulla discriminazione territoriale, lasciando decadere i presupposti concettuali e giuridici di una norma insulsa, ce lo racconta Giordano: “Sono venticinque anni che vado allo Stadio, sono tifoso della Roma nato a Napoli e non sapete quanto sia difficile avere a che fare con tanti tifosi del Napoli e spiegare loro che cosa sia per noi la Roma. Queste decisioni delle istituzioni calcistiche rischiano di distruggere il calcio, perchè la parte vera e sana di questo sport sono i tifosi, con i loro eccessi dialettici, con il loro folklore. Si tratta di sfottò, di goliardia, di cori che ci sono sempre stati, non c’è nulla di razzista. Anche io canto Vesuvio lavali col fuoco e sono napoletano, non vorrei mai che accadesse una tragedia simile, si tratta di cori da stadio, null’altro”.

In queste parole, si rintraccia l’assoluta illogicità di una norma che tutti i tifosi di Italia, si augurano, possa essere abrogata quanto prima. Se un cittadino napoletano, tifoso della Roma o di un’altra squadra, canta cori inneggianti al Vesuvio, ma li ritiene solo sfottò e goliardia che resta incastonata nell’ambito dei 90 minuti di gara, se gli stessi tifosi partenopei con striscioni auto ironici solidarizzano con le altre curve italiane, perchè continuare a parlare di razzismo, di discriminazione? 

Questa inchiesta dimostra in maniera inequivocabile, che non solo i tifosi napoletani non siano risentiti per quanto si canta negli stadi, ma che soprattutto la discriminazione territoriale è un concetto svuotato di qualsiasi significato.

Si ringrazia per la collaborazione anche la redazione di Fedegiallorossa.it

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